Interviste14/03/2008 Il Mattino Acquisiremo il verbale per capire chi ha sbagliato 22/02/2008 Silvio Nocera e Sara Di Francesca Ndrangheta liquida come Al Qaeda Link : http://www.7magazine.it/new.asp?id=1803 21/02/2008 Ma So La politica arriva sempre dopo i magistrati 29/01/2008 Marzia Bonacci Cresce il legame tra mafia e politica nella sanità Link : http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=6118 24/01/2008 Gabriella Stramaccioni Contro la globalizzazione mafiosa La Commissione Antimafia in Germania ha incontrato le autorità locali. Si è parlato di 'ndrangheta, droga e finanza. 07/01/2008 Massimo Solani "Il sistema dei commissari è criminogeno" Il Presidente della Commissione Antimafia: sui rifiuti la politica ha fallito 06/01/2008 Angela Mauro La gestione commissariale dei rifiuti in Campania deve essere superata Il presidente della Commissione Antimafia: "Non si può far lavorare le aziende senza chiedere il certificato animafia. La politica lavori per bonificarsi dalle connivenze con la criminalità" 09/12/2007 Buon giorno Campania Basta con i sindaci collusi in Campania sono troppi Link : http://www.casertaoggi.com/news/new1.asp?id=18389 12/11/2007 Paola Testa Colpiamo i capitali 08/11/2007 Left Colpiamo i capitali 23/10/2007 Marzio Tristano Scardinare i santuari del sistema finanziario Il presidente della Commissione Antimafia: "I dati della Confesercenti? Forse troppo bassi..." 14/10/2007 Gemma Contin Mezzogiorno, vittima anche di una cultura subalterna 18/08/2007 Cristiana Mangani “Clan tra riti sanguinari e alta finanza, Per fermarli aggrediamo i patrimoni” Forgione: la ‘ndrangheta è la più potente tra le mafie, impermeabile ai pentiti. 17/08/2007 Gemma Contin “I 25 miliardi della cocaina investiti in terreni e Gazprom” Intervista al presidente della Commissione parlamentare antomafia Francesco Forgione. 16/08/2007 - Strage ‘Ndrangheta, Forgione: Non è solo una faida In un’Intervista all’agenzia Apcom, il Presidente dell’Antimafia Francesco Forgione lancia un’appello: la politica rompa con le collusioni con la Mafia. “Penso che non c’è stata sinora la piena consapevolezza della capacità della ‘ndrangheta di avere un ruolo internazionale”. Lo afferma ad Apcom il presidente della Commissione antimafia, Francesco Forgione, a proposito della strage avvenuta a Duisburg. Alla domanda se vi sia stata una sottovalutazione della capacità militare delle cosche dopo gli omicidi avvenuti il 25 dicembre e il 3 agosto a San Luca e la scoperta di arsenali in mano a diversi clan calabresi, Forgione risponde che la Commissione Antimafia “acquisirà tutti gli elementi per verificare se c’è stata questa sottovalutazione”. “Gli uomini della ‘ndrangheta - aggiunge Forgione - non vanno certo in Germania a fare i pizzaioli”. Gli interessi della ‘ndrangheta all’estero spaziano dalla finanza al settore turistico. Interessi finanziari che si spingono anche verso i Paesi baltici. “Non si può ricondurre - afferma Forgione - quanto è avvenuto a Duisburg alla logica di una faida. Sarebbe riduttivo”. “La ‘ndrangheta non sarebbe così forte se non ci fosse una politica debole”, aggiunge Forgione. “La politica deve rompere ogni collusione con la mafia: non si tratta semplicemente di applicare il codice di autoregolamentazione dei partiti nella scelta dei candidati. I partiti non devono limitarsi a non candidare persone condannate ma anche quelle persone che sono chiacchierate”. Più attenzione della politica, quindi, e anche dell’Antimafia. “La Commissione parlamentare - ha detto Forgione - non ha mai dedicato una relazione specifica al Parlamento sul fenomeno ‘ndrangheta. Una lacuna che va colmata”. Link : http://www.apcom.net/news/cro/20070816_125700_23170aa_22985.shtml 09/08/2007 Alberto Custodero “Fanno la guerra per i soldi, togliamo loro i patrimoni” Giornata di sangue a Napoli, con un bilancio di due omicidi, entrambi di probabile origine camorristica. Giuseppe D’Alterio, 57 anni, è stato ucciso dopo essere stato raggiunto da colpi di arma da fuoco mentre era a bordo della sua macchina, a Mugnano (Napoli). Per il Presidente dell’Antimafia Forgione “I camorristi si uccidono e uccidono per difendere i loro interessi economici e finanziari”. La ricetta per risolvre il caso Napol: “Politica, forze dell’ordine e magistratura devono essere compatte nel confiscare le ricchezze dei camorristi”. 20/07/2007 Anacleto Flori Sfida alle mafie Giovane (vista l’età media dei nostri politici), testardo (come lui stesso si definisce) e ricco di slanci ideali. Francesco Forgione, presidente della Commissione parlamentare antimafia, rappresenta la speranza di riscatto di chi non vuole arrendersi a convivere con la mafia. Del resto lui non è certo tra quelli che fino a qualche anno fa affermavano ancora che il potere mafioso non esisteva; lui quel potere lo conosce bene, fin dai tempi in cui denunciava le infiltrazioni delle cosche crotonesi nella costruzione della base militare di Isola Capo Rizzuto o del suo impegno come direttore di Telejato, la tv antimafia di Partinico. Lo abbiamo incontrato nel suo ufficio di Palazzo San Macuto alla vigilia dell’anniversario della strage di via D’Amelio. A quindici anni dalla morte di Falcone e Borsellino, cosa rimane del loro impegno e del loro sacrificio? E del sacrificio dei ragazzi della scorta, aggiungerei. Certo in quei momenti si è toccato il punto più critico del conflitto da parte di un potere mafioso che voleva tenere alto il livello di contrattazione con lo Stato. C’è stata però una reazione straordinaria da parte della società civile, delle istituzioni e dello stesso Parlamento con l’adozione di leggi fino allora impensabili. Purtroppo, come avviene ciclicamente nel nostro Paese, a questi momenti di reazione emotiva ne sono seguiti altri di riflusso, di silenzio. Di quella stagione rimane, però, viva la rottura dell’omertà sociale e, soprattutto tra i giovani, l’affacciarsi di una coscienza critica sul tema della legalità e della lotta alla mafia. Così come rimane l’ansia di verità. Ancora oggi poco e nulla sappiamo delle coperture politico-istituzionali che hanno reso possibile la stagione stragista del 1992 e quella del 1993, con gli attentati dinamitardi fuori dalla Sicilia. Per questo abbiamo il dovere morale verso il Paese ma soprattutto verso le vittime e i loro familiari di fare luce. C’è un modo per riannodare le fila di quella coscienza? Sì, restituendo una grande dimensione sociale ai momenti di lotta al potere mafioso. Penso alle manifestazioni di piazza dei ragazzi di Locri ma anche al coraggio dei commercianti di Lametia Terme che con la loro serrata si sono ribellati al pizzo. Non si può pensare di battere la criminalità organizzata esercitando esclusivamente un’azione giudiziaria. Serve una sorta di connessione sentimentale di gramsciana memoria tra azione giudiziaria e politica, dimensione preventiva e repressiva e grandi movimenti sociali. A proposito dei ragazzi di Locri, non sempre lo Stato si è mostrato all’altezza del loro coraggio. È vero, penso allo striscione “e ora ammazzateci tutti” che apriva il corteo all’indomani dell’omicidio Fortugno. Si è trattato di una domanda forte di rottura della solitudine sociale in cui versa il Mezzogiorno. È chiaro che in un quartiere a rischio, da quelli napoletani di Scampia e Secondigliano allo Zen di Palerm, ogni forma di aggregazione è un momento di contrasto al potere mafioso: un oratorio, un centro sociale o semplicemente una scuola rappresentano un luogo utile a sottrarre ragazzi e bambini alla violenza della strada, al fascino del boss da temere ed emulare. Lo Stato deve essere presente sul territorio con un sistema di diritti come il lavoro, la casa, l’assistenza sanitaria, l’istruzione pubblica in grado di prosciugare il brodo di coltura in cui i clan malavitosi accrescono il loro consenso. Bisogna contrapporre la cultura del diritto a quella dei favori e della “protezione” dietro cui si cela un ricatto che dura una vita. Quali sono le priorità che la Commissione dovrà affrontare? Prima di tutto ricostruire una mappa degli insediamenti mafiosi, dal Nord al Sud, e individuare il sistema delle relazioni a livello internazionale. Oggi le mafie sono diventate delle holding finanziarie transnazionali che muovono un fatturato di centomila milioni di euro. Di questa enorme cifra solo il 30-40 per cento serve per finanziare la normale attività criminale, il resto viene reinvestito nell’economia legale. Le aziende sequestrate ad esempio a una n’drina di Locri hanno sede a Milano, come a Berlino o nei Paesi dell’Est. È lo stesso scenario che ci siamo trovati davanti quando abbiamo sequestrato il cosiddetto tesoro di Ciancimino: da Palermo la pista portava a Roma, dove con quei soldi si pensava di acquistare il gasdotto russo che rifornisce l’Italia. È tale capacità di smuovere flussi enormi di capitali che oggi siamo chiamati a contrastare. Dalle sue parole si ricava un’immagine molto diversa da quella classica del mafioso con la lupara. Il vecchio mafioso chiuso nella sua masseria di campagna alla maniera di Bernardo Provenzano ha ormai lasciato il posto a una “borghesia mafiosa” dinamica, fatta di dirigenti, burocrati, amministratori e imprenditori; un potere economico in grado di condizionare non solo il mercato finanziario ma la stessa vita politica e sociale del Paese. Perciò siamo chiamati ad aggiornare tutti gli strumenti di contrasto a nostra disposizione, a partire da una nuova analisi sulla natura del potere mafioso. A quali strumenti si riferisce? Ad esempio a uno sforzo comune per unificare la legislatura: un Testo unico di norme antimafia, antiracket e antiusura. Bisogna spostare l’attenzione dal concetto di pericolosità sociale del mafioso a quello della pericolosità sociale dei beni e dei patrimoni della criminalità organizzata: scindere cioè le misure di prevenzione patrimoniale da quelle di prevenzione personale per essere in grado di colpire le mafie nella loro essenza quella di grandi holding economico-finanziarie. I mafiosi mettono in conto di finire in galera, anzi questo ne accresce il peso e la rispettabilità all’interno dell’organizzazione stessa, ma non possono tollerare che lo Stato sequestri i loro patrimoni. Ed è in questo terreno che si deve batterli: lo scorso 14 giugno abbiamo ascoltato il governatore della Banca d’Italia sul problema del riciclaggio. In questo stesso momento in Italia i processi in corso per riciclaggio sono sei, niente se pensiamo che ogni anno le forze di polizia e la magistratura mettono sotto sequestro decine e decine di società e milioni di euro. Per questo abbiamo proposto al Parlamento una sostanziale modifica delle procedure e della gestione dei patrimoni e dei beni confiscati. Le lunghe attese per la riutilizzazione di questi beni non finiscono per vanificare gli sforzi delle forze dell’ordine e indebolire l’immagine dello Stato? Si tratta di tempi intollerabili per un Paese civile. Dal sequestro alla confisca di un bene fino alla sua destinazione ad un uso sociale passano dai 10 ai 15 anni. Basti pensare alla villa di Sandokan (il boss Francesco Schiavone, ndr) a Casal del Principe (CE), con le sue scalinate, le colonne di marmo e le grandi piscine, un edificio che per tutti rappresentava il frutto dell’attività e della violenza criminale della camorra: che Sandokan fosse in carcere era un aspetto secondario rispetto al messaggio intimidatorio rappresentato dal fatto che a quattro anni di distanza dalla confisca, la villa fosse ancora lì in tutto il suo splendore, tranquillamente abitata dal figlio, dalla moglie e dalla madre del boss sotto gli occhi dei vigili e del prefetto. Senza contare che siamo di fronte a un crollo dell’attività di confisca dei beni, passati dagli oltre 1.200 del 2001 ai 130 del 2005. Certo è importante colpire i santuari finanziari della malavita, dobbiamo però stare attenti a non distruggere il tessuto economico-sociale del territorio; mi riferisco alla progressiva chiusura delle oltre 300 aziende sequestrate alla camorra a Napoli negli ultimi anni: non possiamo correre il rischio che in certe zone del Paese prenda corpo l’immagine del camorrista che dà e garantisce occupazione e dello Stato che al contrario la distrugge. Tanto per fare un esempio, un’azienda ben avviata che produceva mozzarelle, un minuto dopo il sequestro ha rischiato la chiusura perché ha improvvisamente smesso di ricevere il latte dai produttori e non ha più potuto avvalersi dei soliti canali di distribuzione, poiché tutto il ciclo produttivo era ormai controllato dalle organizzazioni criminali. Una volta sequestrate, dobbiamo mantenere in vita queste attività economiche, aiutandole a stare sul mercato e tutelando i lavoratori sull’esempio della Calcestruzzi Ericina, dove i dipendenti, successivamente al sequestro degli stabilimenti, sono riusciti ad assumere il controllo dell’azienda stessa. Dopo alcuni anni ritorna la figura del commissario straordinario per la gestione dei beni sequestrati. Come mai? Fino a qualche settimana fa il compito era affidato direttamente all’Agenzia del demanio, ma ritengo che fosse una scelta sbagliata. I beni di un mafioso hanno un valore simbolico dirompente, non possono essere messi sulllo stesso piano di un pezzo di costa o di una fontana del ’500, per quanto bella e preziosa. Il demanio, per sua stessa natura, non è in grado di svolgere questo compito, senza contare poi le pressioni a cui viene sottoposto e l’esistenza di meccanismi corruttivi, così come è successo a Trapani dove i beni confiscati finivano per essere restituiti proprio agli stessi mafiosi. Per questo abbiamo impegnato il Parlamento a creare una struttura ad hoc che sia autonoma e abbia come propri terminali le prefetture, le questure e la Dia (Direzione investigativa antimafia, ndr). La nomina del nuovo commissario straordinario, Antonio Maruccia, rappresenta un passo avanti importante in questa direzione. Con quale spirito ha assunto la presidenza della Commissione? Porto avanti questo incarico mosso dall’ansia di avere poco tempo a disposizione rispetto alle cose da fare. In poco più di cinque mesi la Commissione ha presentato al Parlamento due disegni di legge: uno, che ha già ottenuto il pronunciamento favorevole del ministero dell’Interno, riguarda il riconoscimento delle vittime della mafia, credo si trattasse di una grave e pericolosa lacuna che andava al più presto colmata. L’altro invece tende a modificare la legge sullo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazione mafiosa. L’attuale normativa, che ha comunque portato allo scioglimento in Italia di 176 consigli comunali e due Asl, si limita infatti a rimuovere il sindaco o il consiglio e la giunta comunale. Con la nuova legge, i commissari prefettizi, che dovranno essere iscritti ad uno speciale albo presso il ministero dell’Interno, avranno non solo il ruolo di governo ma anche quello di rimuovere i vertici della macchina amministrativa, degli uffici urbanistici, dei dipartimenti dei servizi sociali: sarà così possibile colpire gli snodi del sistema di relazione tra le organizzazioni criminali, la loro attività imprenditoriale e la pubblica amministrazione. E anche i tempi devono essere certi, sia per l’accesso che per lo scioglimento. Come pensa di spezzare l’abbraccio soffocante tra mafia e politica? La Commissione ha appena approvato un codice etico per le elezioni comunali e provinciali, in base al quale i partiti saranno chiamati a non candidare nelle proprie liste i politici colpiti da rinvio a giudizio per tutti i reati legati a mafia, racket, usura, riciclaggio e traffico di rifiuti e sostanze stupefacenti. Certo mi piacerebbe che l’ineleggibilità etica si estendesse a tutti i livelli elettorali, Camera e Senato compresi, consapevole che per rompere il legame mafia-politica dobbiamo arrivare a una riforma politica e morale della società. Ricordando la necessità di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, senza le quali la lotta alla mafia è inevitabilmente destinata a fermarsi alla soglia del potere sia politico che finanziario. Un’ultima domanda, dove prende la forza di continuare la sua battaglia nonoststante le minacce subite? Dalla passione civile, dalla convinzione che se non sconfiggiamo la mafia ci arrendiamo a un’idea del Paese che negherà il futuro a intere generazioni, così come nega il presente. Ci sono momenti nella vita in cui la paura personale, che pure c’è, viene dopo: penso all’impegno e al sacrificio di uomini e donne delle forze dell’ordine, di magistrati, di dirigenti politici e di sindacalisti ammazzati chi per impegno sociale chi per lealtà nei confronti dello Stato; è su quest’intreccio virtuoso tra rappresentanti delle istituzioni e società civile che possono essere gettate le basi per una rinnovata stagione della lotta alla mafia. È un progetto su cui intendo mettere tutto il mio impegno personale, politico e civile ma anche la forza e la responsabilità del mio essere presidente. Link : http://www.poliziadistato.it/poliziamoderna/articolo.php?cod_art=1152 19/07/2007 RIccardo Arena Borsellino: Forgione, sui mandanti troppi misteri. Non escludo nuovi attacchi allo Stato Il Presidente della Commissione Antimafia: “Sulle zone d’ombra va colto ogni spunto investigativo”. Sulla guerra di mafia: “Non concordo con Messineo, il delitto Ingarao è già un omicidio eccellente”. 17/07/2007 Emiliano Sbaraglia Chi ha fatto uccidere Borsellino? Proprio nei giorni in cui ricorrono i quindici anni dall’attentato del 19 luglio 1992, la procura di Caltanissetta ipotizza un coinvolgimento da parte dei servizi segreti. Quel poliziotto a Via D’Amelio e l’agenda rossa. Intervista al presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione Dal 23 maggio al 19 luglio corrono all’incirca 60 giorni. Vale a dire quelli che nel 1992 Paolo Borsellino ebbe a disposizione prima di essere ucciso, per indagare e raccogliere informazioni sulla morte del suo amico e collega Giovanni Falcone, trucidato insieme e Francesca Morvillo e la loro scorta nella strage di Capaci. Il magistrato siciliano si mise infatti quasi subito all’opera, recuperando molto materiale nel giro di brevissimo tempo lavorando incessantemente, senza quasi mai dormire, una sigaretta dietro l’altra. Un destino curioso e atroce, quello di Borsellino, che andando avanti nella sua indagine si rendeva sempre più conto di essere un uomo già morto, come egli stesso affermò proprio a ridosso di quel 19 luglio. Il giudice palermitano studiava, interrogava, osservava: e scriveva il tutto su una agenda, la famosa “agenda rossa” scomparsa, su cui torneremo in maniera più approfondita domani, in ricordo dei quindici anni dal suo barbaro assassinio. Oggi invece bisogna parlare di questa nuova pista di indagine, che in un primo momento era stata accantonata e archiviata, poi ripresa nei mesi scorsi dagli investigatori. Potrebbero infatti esserci i servizi segreti dietro alla strage di via D’Amelio nella quale oltre Borsellino morirono cinque agenti della scorta; è quanto sta cercando di accertare la procura della Repubblica di Caltanissetta, che ha aperto un fascicolo d’indagine. Secondo l’ipotesi degli inquirenti coordinati dal procuratore aggiunto Renato di Natale, qualcuno degli apparati deviati dei servizi segreti potrebbe aver ricoperto un ruolo nell’attentato, e in particolare gli inquirenti stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla procura di Palermo, che riguardano il telecomando che potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori per la strage. A questo apparecchio sembrerebbe infatti collegata l’attività professionale di un imprenditore palermitano, ed è una novità importante questa, dato che i processi che si sono svolti in passato hanno solo condannato gli esecutori materiali della strage, mentre nulla si è mai saputo su chi abbia premuto il pulsante. C’è poi un altro elemento sul quale è puntata l’attenzione degli inquirenti, e riguarda la presenza definita “anomala” di un agente di polizia in via d’Amelio subito dopo l’esplosione. Il quale, per chiarire meglio la ricostruzione dei fatti, non è la stessa persona indagata per false dichiarazioni al magistrato inerenti la valigetta che doveva contenere anche l’agenda rossa mai ritrovata: questi infatti è un ufficiale dei carabinieri, mentre la procura di Caltanissetta si riferisce a un poliziotto (comunque già identificato dai magistrati), che prima della strage era in servizio a Palermo, e che in seguito venne trasferito a Firenze dopo che i colleghi avevano scoperto da un suo coinvolgimento in intercettazioni su un traffico di droga. Anch’egli, quel giorno, si trovava in via D’Amelio. Abbiamo raggiunto telefonicamente il presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione, per chiedergli un breve commento sugli ulteriori sviluppi del caso Borsellino e sul lavoro che sta portando avanti. Presidente, cosa ne pensa di questi elementi resi noti dalla Procura di Caltanissetta? Lo giudico un fatto certamente positivo. Perché ogni elemento, sia investigativo sia giudiziario, che provi ad allargare lo spettro delle verità sulla stagione stragista ‘92-’93 è un fatto positivo. Nelle dinamiche della strage in via D’Amelio sono confluiti più fattori e più entità, e la procura di Caltanissetta sta lavorando molto bene, anche in memoria di Gabriele Chelazzi, mi permetto di aggiungere. Cosa le fa pensare una riapertura così clamorosa del caso Borsellino? Per prima cosa che non bisogna fermarsi alla dimensione militare di Cosa nostra, e di continuare invece ad acquisire elementi investigativi che ci dicano di più su tante zone d’ombra. Un discorso, questo, che vale per tutte le stragi italiane. Come si sta muovendo la Commissione da lei presieduta in questo senso? Parlando dell’attività più recente, abbiamo condotto proprio in questi giorni un’inchiesta, a Palermo e Catania, che evidenzia il rischio di una nuova guerra di mafia, soprattutto dopo l’omicidio di Nicolò Ingarao del mese scorso. Può spiegare meglio? Dico che nel riassetto del dopo-Provenzano, ci sono movimenti che è meglio tenere il più possibile sotto la lente di ingrandimento. E insisto nel dire che tutte le ipotesi sono possibili, compresa quella di un evento violento di natura simbolica, come accade in tutte le fasi di transizione di Cosa nostra. Non dobbiamo sottovalutare l’espansione di un boss quale è Salvatore Lo Piccolo, e non dobbiamo dimenticare che altri boss stanno per uscire dal carcere per “fine pena”. In questo senso, l’omicidio Ingarao è un omicidio importante, di un capo mandamento. Quindi? Quindi si può ipotizzare che non è stato accettato l’assestamento del potere mafioso verso Lo Piccolo. Un segnale, questo, che arriva anche dalla “Cosa nostra” americana. Link : http://www.aprileonline.info/4142/chi-ha-fatto-uccidere-paolo-borsellino 10/07/2007 Alfredo Pecoraro “Le vittime della mafia vanno risarcite” Il Presidente dell’Antimafia Forgione contro il Ministero dell’Economia: “I soldi per coprire la proposta di legge non ci sono? Inaccettabile. Il Parlamento andrà avanti anche contro il parere del Governo”. Non ci sta Francesco Forgione. Non gli va proprio giù la lettera con cui il ministero dell’economia, per mano del ragioniere generale Mario Canzio, ha comunicato al parlamento che non ci sono i soldi per coprire la proposta di legge in discussione alla camera che prevede risarcimenti per le vittime delle mafie. E come presidente della commissione Antimafia, Forgione assicura che «la questione è aperta e che il parlamento saprà fornire la giusta risposta». In che senso? Sono certo che camera e senato non rinunceranno alla loro prerogativa, quella di legiferare in questa materia e anche contro il parere del governo. Ritiene che l’intero esecutivo sia a conoscenza della nota firmata dal ragioniere generale? No. Anzi, aspettiamo segnali che vadano nella direzione opposta a quella del ministro Padoa-Schioppa. Ma cos’è che non le è piaciuto? Non si può fare il ragioniere su un problema come quello dei risarcimenti per le vittime di mafia che invece va affrontato con una sensibilità civica maggiore. Il tono della lettera è inaccettabile. Definire l’iter concluso, dopo un’analisi assolutamente contestabile basata su numeri macabri, è intollerabile. E poi c’è un principio su cui non si può transigere: la mafia ha lo stesso carattere eversivo e di negazione della libertà e della democrazia del terrorismo. Per trattare materie come queste ci vuole una sensibilità che il ministro dell’Economia mostra di non avere. Rimane il problema della copertura finanziaria alla proposta di legge. Anche questo è falso. La valutazione che fa il ministero del tesoro è gonfiata, e non sarebbe nemmeno la prima volta. Fa calcoli che non stanno in piedi. Stima, senza mostrare la minima sensibilità, dieci morti all’anno per mano della mafia; ciò farebbe lievitare il budget. Sono numeri che non hanno senso. In Sicilia molte vittime di mafia per esempio beneficiano dei risarcimenti previsti da una legge regionale, fondi che sarebbero alternativi a quelli previsti dalla norma nazionale. Poi, basta avere buona volontà e le risorse si possono trovare. In che modo? Penso, ad esempio, ai beni confiscati alle mafie. Potrebbe essere una buona fonte di finanziamento. Siete disposti a modificare la proposta di legge già in parlamento? Certo, se si riterrà necessario. Registro però che se Padoa-Schioppa avesse voluto il dialogo ci sarebbe stato tutto il tempo. Invece al ministero hanno voluto fare i ragionieri, col risultato di avere trattato un argomento importante, come quello delle vittime della mafia, con il pallottoliere, senza porsi dubbi e senza cercare il dialogo col parlamento. 18/06/2007 Salvo Toscano Forgione: “Contro mafia e racket ci vuole l’unità delle vittime” Il Presidente della Commissione: “Non basta la compattezza delle forze politiche e delle Istituzioni. Pochi processi in corso per riciclaggio. Non ci sono denunce”. 06/06/2007 Alma Torretta “E’ irrinunciabile il regime del 41 bis” 02/06/2007 Carmela Formicola E’ sempre più “Mafia spa”. “Imprenditori fate la vostra parte” A Bari - Incontro, assieme al Sottosegretario Maritati, con gli operatori della giustizia Forgione (Presidente Antimafia) sulla “lezione” di Montezemolo 31/05/2007 Errico Novi “Evitiamo regali ai boss” Antimafia. Forgione: Demanio inadeguato a gestire i beni sequestrati. Il presidente della Bicamerale attacca il Governo: “Prodi aveva detto sì a un’agenzia sulle confische, ora ci ripensa: è un errore fatale”. 18/04/2007 Alma Torretta Forgione: presto il via libera alla riforma Il Presidente dell’Antimafia: “Schieramenti d’accordo sulle regole da cambiare” 23/03/2007 Enrico Fierro “13 anni per riutilizzare i beni confiscati, così la lotta alla mafia è dura” Francesco Forgione - Il Presidente della Commissione antimafia: allarme ‘ndrangheta, senza verità su Fortugno la Calabria resta prigioniera 23/03/2007 Barbara Carazzolo Caccia al Tesoro. Parla il presidente della Commissione Antimafia «Oggi le mafie sono soprattutto grandi organizzazioni finanziarie e come tali vanno trattate», spiega Francesco Forgione. La lotta a Cosa nostra, ndrangheta e camorra parte dai conti correnti e dai beni patrimoniali dei mafiosi. Ormai a portare la coppola, un tempo simbolo del mafioso per eccellenza, è rimasto solo Totò Cuffaro in qualche trasmissione televisiva, a titolo chiaramente provocatorio. Le mafie di oggi portano giacca e cravatta, hanno una laurea e magari anche un master, investono sui mercati internazionali, accedono ai fondi europei, frequentano i paradisi fiscali internazionali e godono – come dire? – di ottime amicizie. Il loro giro d’affari è stato calcolato in 100.000 milioni di euro all’anno, quanto basta per comprare “uomini e cose”. «Tra gli ultimi capimandamento arrestati di recente a Palermo c’erano medici, primari, imprenditori, commercialisti, un deputato regionale», conferma Francesco Forgione, nuovo presidente della Commissione parlamentare antimafia, ex giornalista di Liberazione e componente della direzione nazionale di Rifondazione, da sempre impegnato contro Cosa nostra. «Oggi le mafie sono delle grandi organizzazioni finanziarie criminali e come tali vanno trattate. In questi ultimi anni, anche approfittando di un processo di sviluppo distorto che ha investito le regioni del sud, le mafie si sono fatte soggetti economici e soggetti politici. Perché oggi la forza economica consegna loro pure una soggettività politica, istituzionale. Le loro ricchezze sono pervasive del tessuto economico e sociale, producono consenso e voti, riempiono ogni vuoto sociale. Da un’indagine fatta nei quartieri spagnoli di Napoli, per esempio, si è visto che la camorra si è addirittura sostituita alle banche. Con la precarizzazione del lavoro, il lavoro interinale e la flessibilità, la gente non ha più una busta paga e senza busta paga le banche non concedono crediti. Così chi ha bisogno di soldi si rivolge alle finanziarie gestite dalla camorra che praticano tassi poco più alti di quelli bancari ma non tali da sfiorare l’usura. Il risultato è duplice: da una parte la camorra assoggetta la tua vita al suo sistema di relazione e di interessi, dall’altra ricicla il denaro sporco». * E il denaro si accumula e genera altro denaro. «E noi li dobbiamo colpire proprio lì. Ormai i tempi sono maturi per introdurre, anche nella legislazione, a fianco del concetto di pericolosità sociale del mafioso, il concetto di pericolosità sociale dei beni e dei patrimoni mafiosi perché quella ricchezza si traduce in controllo dell’economia e della società e in potere di contrattazione con la politica. Indagini patrimoniali automatiche in caso di arresti per mafia, sequestro e confisca dei beni anche in assenza di misure di prevenzione personale, e cioè di arresto: queste potrebbero essere alcune delle misure da prevedere. Siamo nella fase conclusiva delle audizioni dedicate ai beni e ai patrimoni mafiosi. Presto arriveremo a un documento della Commissione, da presentare al Parlamento, che analizzerà lo stato di attuazione della legge Rognoni-La Torre e indicherà come aggiornarla». * Durante gli Stati generali dell’antimafia, organizzati dall’associazione Libera, è stata confermata l’esigenza di togliere la competenza su questa materia al Demanio dello Stato. «Anch’io penso che ci voglia una struttura autonoma che accompagni questi beni dal momento del sequestro a quello della nuova destinazione sociale. Oggi, tra questi due momenti, passano in media 13 anni. Un tempo troppo lungo, che da una parte provoca un deterioramento del bene e dall’altra indebolisce il valore simbolico del riutilizzo per finalità sociali. Quest’ultimo, poi, va sostenuto di più anche finanziariamente. Un’ipotesi potrebbe essere quella di destinare a questo scopo i soldi che vengono sequestrati in operazioni contro i mafiosi stessi. Questa è l’altra faccia del problema, e cioè l’intercettazione dei flussi finanziari. Alcune buone leggi già ci sono, ma non sono mai state applicate». * Per esempio? «L’anagrafe dei conti correnti, prevista dalla legge Mancino del ’93. Oppure la legge sulle operazioni sospette nei movimenti dei capitali e di trasferimento degli immobili: non abbiamo un solo notaio, una società finanziaria o una banca che denunci le operazioni sospette, tanto che il procuratore nazionale antimafia Grasso ci diceva che i processi per riciclaggio oggi, in Italia, sono solo sei. Senza contare i danni provocati da leggi come quella che ha consentito di far rientrare i capitali illecitamente trasferiti all’estero. Tutto questo pone un problema enorme di trasparenza dell’economia e di collaborazione a livello almeno europeo. Si pensi che il tesoro di Ciancimino, grazie a un lavoro investigativo durato anni, è stato trovato in tutta Europa e perfino in Uruguay». * C’è poi il livello politico. «Abbiamo inviato al Parlamento una proposta di legge firmata da tutti i gruppi parlamentari presenti in Commissione, per modificare la legge sui Consigli comunali e provinciali, che sono il primo livello del rapporto tra rappresentanti e rappresentati. E poiché sia le mafie sia la politica vivono di un consenso sociale radicato, quello è il primo nodo del rapporto tra la mafia e la politica. La nostra proposta di legge interviene nel profondo: se tu sciogli il livello politico del Consiglio comunale ma lasci inalterato l’apparato burocratico e amministrativo, dall’Ufficio tecnico a quello urbanistico, dalla segreteria comunale ai vigili urbani, al dipartimento dei servizi sociali, che poi sono gli snodi attraverso i quali si assicura la continuità del potere, non hai risolto nulla. Quindi bisogna prevedere anche la possibilità di intervenire su questi livelli, prevedere il commissariamento gestionale, l’attivazione dei procedimenti disciplinari fino al licenziamento e un sistema di incompatibilità sulle candidature. Noi siamo un Paese dove chi è condannato per mafia o per corruzione continua a svolgere la propria funzione e con la stessa mansione che gli ha permesso di compiere il reato. Uno dei postini dei “pizzini” di Provenzano, infermiere dell’Ospedale Villa Sofia di Palermo, condannato dopo il patteggiamento agli arresti domiciliari, ha chiesto e ottenuto il reinserimento nell’organico dell’ospedale. Sulla pubblica amministrazione dobbiamo insistere molto e abbiamo chiesto al Governo di fornirci un censimento di tutti coloro che hanno sentenze passate in giudicato per reati di mafia, corruzione e concussione e che ancora svolgono il lavoro che svolgevano prima. Così ogni amministrazione dovrà rispondere della propria attività». * In questi giorni ricorre l’anniversario della morte di don Peppino Diana. Quanto è importante il ruolo della Chiesa nella lotta alla mafia? «È fondamentale. Però, dopo le parole profetiche di Giovanni Paolo II, c’è stato qualche silenzio di troppo. A pochi chilometri dalla parrocchia di padre Puglisi c’era quella di padre Fertitta, che celebrava la Messa in privato ad Aglieri durante la sua latitanza. Poi vai a Vibo Valentia e c’è un parroco che dà vita al movimento antimafia. Vai a Polistena e c’è un altro parroco che sostiene le cooperative di Libera Terra. Vai a Forcella e trovi altri due parroci in prima linea. Forse abbiamo bisogno anche di una discesa in campo più netta delle alte gerarchie. Senza l’impegno della Chiesa, in intere aree non ce la faremo a ritrovare una dimensione etica che contribuisca a prosciugare il brodo di coltura della mafia. E lo dico da laico». Link : http://www.stpauls.it/fc/0712fc/0712fc38.htm 28/02/2007 Gerardo Marrone Forgione: “Sul carcere duro ai boss si lavori in pool” 15/02/2007 - Forgione: “La legge va cambiata” 14/02/2007 - “Il Governo ci consegni l’elenco degli statali condannati per mafia” 12/01/2007 - Antimafia. Forgione: Calabria è vera emergenza, audizioni e missione 09/01/2007 Sandra Amurri “Per prima cosa bonifichiamo la pubblica amministrazione” 05/01/2007 Frida Nacinovich Forgione parla degli errori di Sciascia, di chi lo strumentalizzò, di chi lo criminalizzò 05/01/2007 Paolo Casicci E, dopo Provenzano, bisogna colpire la borghesia mafiosa 19/12/2006 Checchino Antonini Caso Fortugno, indaga l’Antimafia 07/12/2006 Gemma Contin Forgione: “Borghesia mafiosa nella nuova mappa criminale” 07/12/2006 - Il presidente dell’Antimafia: “Attaccare i patrimoni” 23/11/2006 Giovanni Bianconi “Inquisiti? Sì, ma eletti” 21/11/2006 Elio Scribani “Politica e potere collusi con i clan” 17/11/2006 Marco Ludovico “Troppi patrimoni illeciti” 17/11/2006 Enrico Fierro “Un testo unico contro la Holding Cosa Nostra” 17/11/2006 Checchino Antonini Forgione: capitali e consenso. Ecco il “cuore” della nuova mafia 17/11/2006 Rita Di Giovacchino Forgione: “La mafia? colpire i patrimoni” |
|
|